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Rapporto sugli Uomini

Rapporto sugli Uomini
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Rusconi Milano
1977 452
14x22 (cm) non illustrato - not illustrated
tela ed. sovracc. ill. colori - hardcover with dustjacket usato come nuovo - used like new
Italiano - Italian text   800 (gr)
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Prima edizione 1977.

Nota introduttiva di Luigi Baldacci.

Nel Diario, alla data del 15 febbraio 1944, Papini scriveva: «Mi sembra che nessuno abbia avuto il coraggio di dire agli uomini tutta la nuda, cruda, crudele verità sulla vita e natura loro. […] Il libro da me sognato fin dal 1908 (il Rapporto sugli uomini) e al quale ho lavorato per tanti anni, senza esserne mai contento, potrebbe essere l’opera più nuova che mai sia stata scritta». Il 22 ottobre 1949 lo scrittore rammenta per l’ultima volta nel Diario il libro di tutta la vita (pensato, in realtà, già dal 1907, che è l’anno stesso in cui si chiude l’esperienza del «Leonardo»): «Ho riletti alcuni capitoli del Giudizio universale. Vi sono idee ingegnose (talora sofistiche), espressioni felici e qua e là qualche segno di poesia, ma l’insieme non è quale avevo sognato, quale vorrei che fosse. Torna l’antica perplessità: le confessioni di centinaia di risorti o una recisa e atroce e sintetica requisitoria della vita umana? Sotto questa forma mi balenò la prima idea […], a Bulciano: il Rapporto sugli uomini. E anche oggi mi tenta».
Papini fu il primo a capire la differenza sostanziale tra le due opere: una, il Giudizio, composta negli anni maturi della conversione, l’altra, il Rapporto, nata come intuizione laica, al tempo delle più strabilianti avventure intellettuali, ripresa poi tante e tante volte negli anni del ritorno all’ordine: ma senza riuscire mai a cancellare quell’impronta profana, quel sigillo cinico della prima ideazione. Ed è forse questa la ragione occulta che faceva dire a Papini di non essere stato mai contento di quel suo lavoro, che pure lo aveva impegnato in modo ben più totale che non il Giudizio.
Il Rapporto sugli uomini è, tra gli inediti di Papini, il più sorprendente: quello che si richiama più intimamente alla matrice culturale, antropologica e psicologica – schopenhaueriana e nietzschiana – del Papini giovane, vale a dire di una personalità che, comunque la si voglia giudicare, è essenziale al bilancio culturale del primo Novecento: non meno di Marinetti, non meno di Soffici.«Mi sembra che nessuno abbia avuto il coraggio di dire agli uomini tutta la nuda, cruda, crudele verità sulla vita e natura loro. Furon detti, ogni tanto, frammenti di verità particolari, personali e più per impeto di passione che per meditato proposito. Il libro da me sognato fin dal 1908 (il Rapporto sugli uomini) e al quale ho lavorato per tanti anni, senza esserne mai contento, potrebbe essere l’opera più nuova che mai sia stata scritta» (Giovanni Papini, Diario, 15 febbraio 1944).

Libro nietzschiano e cristiano, cinico e pietoso, libro di una vita fino al punto di assommare in sé la contraddizione esistenziale di quella vita medesima, questo inedito nasce con la gioventù di Papini, nel momento in cui essa è più intimamente legata alle sorti della cultura novecentesca. Perché non fu mai pubblicato? Per l’incontentabilità che Papini per primo confessa in alternativa al suo stesso trionfalismo, e anche, certamente, per ragioni contingenti che oggi ci appaiono chiarissime. Capitoli come Conquista o Guerra o Giornali, non avrebbero mai potuto vedere la luce, per ragioni di censura, negli anni in cui furono scritti (1928). Da queste pagine risulterà un Papini doppiamente inedito. Ma si trattò anche, negli anni più tardi, di una censura di diverse carattere, cioè interiore. A Papini sembrerà sempre «troppo presto per pubblicare un libro così crudo e sconsolante» (Diario, 4 marzo 1944). Alla sensibilità del cristiano ripugnava ormai un’opera così ignuda, così priva di carità e di speranza. Ma è appunto da questa prospettiva che ci è concesso oggi di esplorare l’altra faccia di Papini.

Giovanni Papini (Firenze,1881-1956) è stato, con Giuseppe Prezzolini, il maggiore impresario culturale del Novecento italiano: dal «Leonardo » a «La Voce» a «Lacerba» (e si citano, tra quelle imprese, solo le maggiori) la presenza di Papini è tanto ingombrante quanto originale. Come pragmatista, giovanissimo attira su di sé l’attenzione europea: da Croce a James a Bergson. Nel 1906 debutta col Crepuscolo dei filosofi, che sarà il modello delle successive Stroncature (1916), ma è altresì un esempio per le migliori pagine critiche di Soffici. Nel 1912 pubblica il suo libro più famoso, Un uomo finito. Di lì a poco si getta nell’avventura futurista, ma nel 1921, con la Storia di Cristo, propone di se’ un’altra immagine, e questa volta definitiva, quella dell’apologeta della fede cristiana. Moltissimi i titoli di questo inesausto poligrafo. Basti ricordare, tra le ultime opere, Sant’Agostino (1929), Dante vivo (1933), Lettere agli uomini di Papa Celestino VI (1946), fino alle bellissime pagine giornalistiche, Schegge, dettate alla nipote Anna nel progredire della paralisi che aveva colpito lo scrittore nel 1952. (Luigi Baldacci)


Note alle condizioni del volume

Usato come nuovo, lievissimi segni del tempo. (T-CA)

 
 

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